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Reciprocità, l’ingrediente “segreto” che non dovrebbe esserlo

È un po’ che non torno qui a scrivere, scrivere d’amore intendo.

Provo a mettere da parte le regole copy, le regole SEO e anche le regole del cuore.

(Tanto alla fine con le regole non sono mai stata brava.)

C’è una parola che, nel complicatissimo universo delle relazioni umane, dovrebbe essere semplice quanto ordinare un Martini alle 18. Nove lettere, un significato meraviglioso e una capacità quasi soprannaturale di scomparire proprio quando ne avremmo più bisogno.

Reciprocità. S.F.

/re·ci·pro·ci·tà/

“Il rapporto dinamico di parità che collega nella stessa forma o nella stessa misura i rapporti esistenti fra due soggetti.”

Reciprocità, l'ingrediente "segreto" che non dovrebbe esserlo

Perché diciamocelo: siamo tutti bravissimi a parlare di relazioni sane, energie positive, connessioni autentiche. Abbiamo imparato a riconoscere le red flag, a mettere confini, a proteggere la nostra pace interiore. Abbiamo perfino smesso di rispondere ai messaggi alle due di notte. O almeno ci stiamo lavorando.

Il problema è che abbiamo continuato a confondere l’amore per qualcuno con la disponibilità illimitata e l’amicizia da “pronto soccorso emotivo”.

Attenzione, non sto dicendo di fare i “commercialisti dei sentimenti”.

Nessuno dovrebbe avere un foglio Excel in cui registrare chi ha scritto per primo, chi ha offerto l’ultimo aperitivo o chi ha detto più volte “mi manchi”. Anche se, ammettiamolo, alcune persone meriterebbero quantomeno una revisione contabile.

La reciprocità non è dare cinquanta quando l’altro dà cinquanta. Ci saranno giorni in cui uno avrà soltanto venti da offrire e l’altro metterà sul tavolo tutto il suo ottanta. E andrà benissimo così.

Perché le relazioni vere non sono sempre perfettamente equilibrate. Sono vive. Si muovono, cambiano e devono avere il coraggio di attraversare giornate storte; il problema non è il fatto che ogni tanto penda da una parte ma se pende sempre dalla stessa.

Anche in amicizia

Quello che ho imparato, però, è che vale anche nelle amicizie.

Non parlo di conoscenze superficiali, parlo di quelle straordinarie in cui possiamo raccontarci tutto, dal trauma infantile alla disastrosa ceretta brasiliana, possibilmente durante lo stesso brunch.

Perché un’amica non deve esserci sempre, a qualunque costo. Ha una vita, problemi, stanchezze, amori, scadenze e magari un appuntamento con il divano che non intende assolutamente disdire.

Ma deve esserci un noi.

Un interesse che va in entrambe le direzioni. La voglia di sapere, non soltanto di raccontare. Il desiderio di festeggiare i successi dell’altra senza viverli come una sconfitta personale. La capacità di esserci anche quando non c’è un dramma da risolvere o un favore da chiedere.

Perché se qualcuno si ricorda della tua esistenza soltanto quando deve traslocare, forse più che un’amicizia avete un contratto di logistica non retribuita.

E se il problema non fossero sempre gli altri?

C’è un aspetto della reciprocità di cui parliamo troppo poco: quello che riguarda noi stessi.

Sì, perché è facile riconoscere ciò che gli altri non ci danno… un po’ meno domandarci quanto siamo capaci di ricevere, di chiedere, di comunicare quello di cui abbiamo bisogno.

Forse crescere significa anche imparare a distinguere tra essere generosi e dimenticarsi di sé, tra comprendere qualcuno e giustificarlo all’infinito.

 

E se il segreto delle relazioni felici non fosse trovare qualcuno disposto a fare tutto per noi, ma qualcuno con cui non dobbiamo fare tutto da soli?

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